Educare Vivendo.

«Nino non aver paura di tirare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore…» “Non avere paura”: abbiamo bisogno di sentircelo dire, come adulti, genitori, insegnanti ed educatori. Abbiamo bisogno che qualcuno ce lo dica, non tanto per poterlo dire a nostra volta, ma soprattutto perché chi ci guarda veda che davvero paura non ne abbiamo.
Ieri sera nell’aula magna del Liceo W. Shakespeare di Crema le parole di De Gregori hanno introdotto un significativo dialogo con lo psicoanalista Luigi Ballerini (Sarzana, 1963), promosso dall’Associazione “Amici della Fondazione Fides et Ratio” e sostenuto dal centro culturale “Stefan Wyszynski” . Si parla della “sfida della paternità” e a giudicare dalla sala affollata, il tema urge a molti. Colpisce la prima fila: sono tutti ragazzi, a farci capire che nessuno si aspetta un decalogo di istruzioni per l’uso. La domanda non è: “dicci, tu che sei esperto, come fare il papà”, il tema della serata è “chi è un padre”: questo interessa anzitutto ad un figlio.
La provocazione parte alta, citando Socrate, Esiodo, e fin il frammento di un vaso babilonese risalente al 3000 a.C. Ballerini mette tutti subito al proprio posto: «ecco un test per la vecchiaia: se i giovani non vi piacciono, siete vecchi. Non centra l’anagrafica.». Si spazzi il campo da qualsiasi lamentela: se già nell’antico Egitto si annunciava che «il nostro mondo ha raggiunto uno stadio critico. I ragazzi non ascoltano più i loro genitori: la fine del mondo non può essere lontana», non perdiamo tempo a stracciarci le vesti. Entrando nel vivo, il metodo chiarisce subito la via: Ballerini cita il suo maestro, Giacomo Contri (Ivrea, 1941), psicanalista a sua volta e fondatore della Società Amici del pensiero Sigmund Freud, di cui racconta «l’ho conosciuto quando stavo male, e di lui ho colto anzitutto queste due espressioni: un padre è colui che ti augura che tutto ti vada bene, ed è qualcuno che ci mette qualcosa perché le cose vadano bene».
Uno sguardo positivo sulla realtà, dunque: «non è perché piove che sarà una brutta giornata con, in più, “qualcosa”: il padre offre una eredità. Si può lasciare, però, solo ciò che si ha e ciò che abbiamo, anzitutto, non sono cose, ma il trattamento che alle cose riserviamo: non lasciamo ai figli una biblioteca piena di libri, ma la passione per leggerli. Non l’automobile, ma la passione per il viaggio, per l’incontro, per un’apertura alle cose. Va da sé che una simile introduzione al reale è possibile per chi del reale non abbia paura, che non lo tema. Oggi invece pare che il mestiere del genitore sia tutto infarcito di “preoccupazioni”: dove va? Cosa fa? Con chi sta? Studia? Gioca troppo ai videogiochi? Sta sempre al cellulare? Perché non esce mai? Perché è sempre fuori?
A mio papà non piace nulla di me
Lo scontro tra il figlio ideale e il figlio reale lascia tutti con le ossa a pezzi: «a mio papà non piace niente di me». In fondo, il nostro unico vantaggio è di essere nati prima di loro, perciò “ci siamo già passati”, ma il nostro compito è augurarci quello che, in fondo, temiamo di più: Ballerini parla dell’autonomia dei figli. Ragazzi che sappiano dire cosa è bene per loro, cha abbiano criteri per confrontarsi con la realtà, senza che nessuno – nemmeno noi – dica loro come debbono fare, cosa debbono pensare. Una autonomia che si gioca però dentro una dipendenza buona, quella del bambino, altrimenti prevale la presunzione.
Il dialogo prosegue, si apre alle domande «come bilanciamo il surplus di “materno” dell’educazione odierna?». La risposta va alla radice: togliendo il bambino dal centro. Occorre ricentrare la coppia che quel figlio ha generato: quel rapporto che ha procreato, genererà il figlio, nel tempo.
«Quando bisogna iniziare a preoccuparsi?». Mai, preoccuparsi non serve a niente. Di fronte a comportamenti inadeguati, scomposti, a partire dai brutti voti a scuola – cui troppo spesso riduciamo lo sguardo – la prima reazione dell’adulto è lo scandalo. Ci scandalizziamo, cioè stigmatizziamo il comportamento, lo vogliamo subito correggere, raddrizzare, eliminare.
Ma ogni movimento, pur scomposto, di un figlio ci dice qualcosa di lui: il nostro turbamento non può essere il punto di partenza. Piuttosto una domanda: ma perché figlio mio hai preso questa cantonata? Cosa cercavi, qual è la svista che ti ha portato qui? Sbarazzandoci dall’ansia di correggere la condotta, in ogni errore possiamo cogliere uno spunto di dialogo, di ripartenza. Magari iniziando a raccontare noi, e raccontare di noi: ci lamentiamo spesso che non raccontino nulla di sé, ma più che assillare di domande, può essere utile – e non solo strategico – iniziare noi. Che sappiano anche dei nostri fallimenti, così li liberiamo del peso del “genitore che non sbaglia mai”; che vedano i nostri amici, quelli cui ci appoggiamo noi.
Con un importante caveat: ci guardano, ci guardano sempre, ma non per questo automaticamente ci seguiranno. E nemmeno automaticamente seguiranno la linea retta che noi abbiamo già tracciato dal 4 in greco ad un destino di fallimento e inconcludenza: pare che non solo i bambini, ma anche gli adolescenti siano a zig-zag.
Ribaltando una delle domande ricevute, Ballerini conclude con una indicazione che gli sta a cuore: «quando NON preoccuparci». Se a scuola “portano a casa la pelle”, hanno una passione – qualcosa che piaccia loro, non a noi – praticano uno sport, hanno degli amici in carne ed ossa, che incontrano nella “vita vera”, possiamo stare tranquilli. L’educazione non è fatta di “togliere” (il cellulare, la playstation…), l’educazione è in offerta: spalancati alla realtà. Fuor da ogni gelosia: incontrano altri padri sulla loro strada, ed è un guadagno per tutti.
Allora arriverà quell’ora segreta, quell’elezione tra tutte, per un padre, quando «i suoi figli incominciano ad amarlo come degli uomini, lui stesso come un uomo, liberamente, gratuitamente. […] quando i suoi figli incominciano a diventare degli uomini, liberi, e lui stesso lo trattano come un uomo, libero, lo amano come un uomo, libero». (Charles Péguy, Il mistero dei santi innocenti)

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