#LoShakespearenonsiferma

Testimonianza dalla prima linea

Quando l’impossibile accade: un ospedale in nove giorni

La mattina del 7 maggio, nel mezzo di una quotidianità divenuta per certi versi ormai “quasi ordinaria”, un ospite d’eccezione ha fatto irruzione tra le ore programmate della nostra didattica a distanza e ci ha offerto un’occasione preziosissima per fare i conti, in profondità, con tutta la straordinarietà di questo tempo e le sue sfide.

Carlo Macalli, alpino di vecchia data e oggi tra i responsabili dell’ Associazione Nazionale Alpini (Ana)  e del suo corpo di Protezione Civile nella provincia di Bergamo, è stato invitato a raccontarci le vicende e il senso di un’impresa che lo ha coinvolto – e lo coinvolge tuttora –  in prima persona e che, anche solo a dirla, ha dell’impossibile. Mentre buona parte d’Italia, infatti, era paralizzata dal lock-down e dalla paura per il Covid-19, qualcuno (senza nemmeno farci un hashtag) non solo non si è fermato, ma ha lavorato instancabilmente, giorno e notte, per allestire un ospedale in soli 9 giorni. Dove? Nell’occhio del ciclone, in quella stessa Bergamo che tutta Italia ha imparato ad associare alle migliaia di bare portate dai camion militari chissà dove: immagini diventate l’icona di un senso di morte inesorabile e opprimente, che tutti noi, chi più, chi meno, abbiamo sperimentato in quei giorni. Eppure, proprio lì, nello stesso frangente, fioriva un’incredibile esperienza di generosa e operosa solidarietà al servizio della vita, che ha coinvolto centinaia di volontari a partire dalla pronta disponibilità degli alpini. Un’altra volta in prima linea per dire “di qui non si passa!”.

Nata cent’anni fa tra gli alpini reduci di guerra per ricordare “quelli andati avanti” (caduti in guerra) e per dar continuazione all’amicizia e al senso d’appartenenza tra commilitoni in tempo di pace, l’Associazione Nazionale Alpini ha via via ampliato negli anni la sua presenza nella vita civile, attraverso iniziative culturali e di solidarietà. Con il terremoto del Friuli (1976) è venuto a formarsi in seno all’associazione un corpo stabile di Protezione Civile, il quale si è sempre distinto, in ogni successiva emergenza, per le sue notevoli capacità operative. Ragion per cui, fin dall’inizio dell’emergenza Covid-19, i volontari dell’Ana erano impegnati un po’ in tutta Italia, attraverso varie forme di assistenza alla popolazione.  A metà marzo, in particolare, con l’aggravarsi della situazione sanitaria, la Protezione Civile Ana è stata sollecitata a intervenire a Bergamo con l’allestimento di un ospedale da campo in suo possesso.  Tuttavia in corso d’opera il progetto è cambiato e, con le stesse attrezzature, si è optato per la trasformazione dei locali della fiera di Bergamo in un ospedale capace di accogliere 140 pazienti, di cui la metà di terapia intensiva e sub-intensiva. Il tutto in tempi record, dato che i lavori sono iniziati il 24 marzo e si sono conclusi il 1 aprile.

In una settimana, con l’impiego mediamente di 250 volontari al giorno, la parte strutturale era già pronta (pareti, impianti idraulici e elettrici, linee dati e d’ossigeno) e in soli altri due giorni l’ospedale era allestito con tutta l’attrezzatura necessaria.

Un’impresa resa possibile, per la verità, non solo dagli alpini: si sono coinvolti diversi artigiani del territorio, senza contare la manovalanza offerta dagli ultras dell’Atalanta! Infine, insieme all’ospedale, vi è tutto l’apparato logistico, posizionato all’esterno della fiera, il quale continua a funzionare grazie ai volontari dell’Ana.

La domanda, allora, sorge spontanea: perché gli alpini, in ogni emergenza, sono sempre in prima linea, distinguendosi per operosità e efficacia nei loro interventi? Da dove nasce tutto questo? Cos’hanno vissuto il signor Macalli e i suoi compagni, in questa circostanza, rendendo possibile questo piccolo miracolo?

«Guardi…quando c’è la guerra si deve combattere, le discussioni si fanno dopo», risponde subito Macalli, rendendo chiaro quanto poco potremmo aspettarci da lui autocelebrazioni o intimismi.  Tuttavia, il militare che fino a un attimo prima aveva “fatto rapporto” con oggettività e distacco, cede il posto a un uomo che non può nascondere una certa commozione, ripensando a quei momenti.

E così, sebbene (a suo dire) “sotto tortura” – «siamo abituati a lavorare e non parlare!» – il nostro ospite non si tira indietro, facendoci capire come essere alpini non significhi soltanto avere una penna nera sul capello. Soprattutto, chi ha fatto l’alpino lo resta anche dopo, perché quello che ha vissuto è una esperienza che cambia la vita.

«Torniamo indietro di un passo. Noi siamo persone che hanno fatto servizio militare negli alpini “qualche tempo fa”. Il fatto è che ci siamo trovati così bene assieme, ci siamo trovati talmente accomunati nel fare le attività che ci venivano chieste – nonostante il servizio militare fosse un obbligo che nessuno avrebbe voluto – che è stato facile, poi, trasporre questo modo di fare nella vita civile una volta tornati a casa. Il fatto è che noi siamo abituati a fare squadra, quando si va in montagna o quando si affronta una parete, e si è in cordata, non c’è uno “più bravo” o uno “meno bravo”, perché devono arrivare tutti. E non può arrivare uno prima e gli altri dopo, no! Si arriva tutti e si arriva tutti assieme: se uno è in ritardo gli si porta lo zaino, se uno è affaticato lo si aspetta. Questo è quello che ci ha insegnato il servizio militare a suo tempo: se l’ultimo non era arrivato, il primo non mangiava, ma non perché ci venisse imposto: era una scelta! Stare assieme e condividere tutto: soffrire il caldo, il freddo, la pioggia, la fatica. E così impari a mettere a disposizione quello che sai fare e a ricevere da altri quello che non sai fare…ed arrivi molto più in là di dove arriveresti da solo. Questo è quello che ci spinge ad essere uniti e impegnarci ad essere solidali: questo è lo spirito».

Grazie maggiore Macalli, e grazie a tutti gli alpini e agli altri volontari che ha portato con lei in questa testimonianza. Sicuramente ha acceso in molti di noi il desiderio e l’interesse per la realtà del volontariato: nelle nostre vite c’è lo spazio per condividere quest’avventura di dare del tempo per gli altri? È evidente, guardando voi, che è qualcosa di conveniente alla propria umanità.

Ma più in generale ci ha ricordato qual è l’orizzonte di bene a cui possiamo tendere in ogni cosa che facciamo, non solo nel volontariato, e, soprattutto, in ogni situazione. Un richiamo non da poco, anche per il nostro fare scuola in questi strani tempi di Coronavirus. Come ha chiosato felicemente una professoressa: «Quello che voi avete fatto non è stato solamente tamponare un’emergenza – il che sarebbe già tanto: voi avete seminato del bene. E la gente che è stata oggetto di questo bene, porterà a sua volta del bene. Così nasce un’umanità, una società nuova».

Grazie sig. Carlo del tempo, della passione e della commozione con cui ci ha parlato, grazie a chi ci ha dato  questa opportunità  mettendoci in contatto, grazie ai genitori e ai docenti collegati oltre la propria ora di lezione  per condividere un’esperienza, grazie agli studenti tutti presenti per imparare a guardare dentro e oltre la paura in nome del bene comune.

OSPEDALE ALPINI
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